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Ha ancora senso avere un blog nell’era dell’AI?

Ti spiego perché avere un blog ha ancora senso nell’era dell’AI e come usarlo per distinguerti dai contenuti generati dalle macchine.

Cosa trovi in questo articolo:

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Ha ancora senso avere un blog nell’era dell’AI? Ha senso continuare ad avere un blog online oggi?  

Domanda legittima, soprattutto se nel frattempo hai riempito il tuo browser di link rapidi a ChatGPT, Perplexity, Claude, Gemini, Google AI Mode e affini.

Proviamo a sviscerare il problema senza scadere nel “era meglio quando si stava peggio”.

Cosa è cambiato davvero con gli LLM 

Quasi trent’anni fa il web era un posto strano e meraviglioso in cui molte persone sentivano una vocazione: fare divulgazione autentica. Gratis, spesso male impaginata, a volte ingenua, ma genuina. Poi sono arrivati i blog aziendali ed è entrato in scena il content marketing duro e puro.

Nel frattempo sono arrivati i social: prima i post di testo, poi le foto patinate, poi i video brevi “che devi bucare nei primi 3 secondi o muori”. Eppure, per anni i blog hanno retto benissimo l’urto. Anzi: per fare inbound marketing sono stati il canale più onesto e prolifico che avevamo per generare clienti.

Le persone cercavano il loro problema, trovavano il tuo articolo, decidevano se fidarsi di te. E tutti vivevano felici e contenti.

Poi sono arrivati i Large Language Model. Ed è cambiato l’angolo di visione.

Cosa sono gli LLM 

Gli LLM sono reti neurali addestrate su miliardi di parole per riconoscere pattern e “indovinare” la parola successiva. Strumenti potentissimi, sì. Ma per certi versi, strumenti decisamente stupidi: non “sanno”, non ragionano, predicono su base logica. Tu chiedi “che strategia di blog devo usare nel 2026?” e ti arriva una serie di frasi ordinate che si incastrano bene tra loro. La collana sembra vera, le perle sono spesso false. Perché quella strategia al 90% non è adatta al tuo caso specifico.

Qui nasce il dubbio esistenziale dell’autore di contenuti:

“Se tanto la risposta la dà un software, che senso ha continuare a scrivere sul blog? Perché dovrei regalare le mie ore di lavoro a una macchina che le mastica, le rimescola e le ridà a qualcun altro, magari senza nemmeno citarmi?”

Domanda sensata. Ma proviamo a leggere la realtà posando per un momento gli occhiali da predicatore apocalittico infervorato.

Uno studio su venti aziende B2B monitorate tra il 2024 e il 2025 ha confrontato chi ha continuato a pubblicare articoli e chi ha smesso. Chi ha abbandonato il blog ha perso in media quasi il 40% del traffico organico, mentre chi ha continuato a pubblicare ha avuto un calo molto più contenuto.

Sul fronte “AI traffic”, le aziende attive sul blog hanno visto un +85% di visite generate da citazioni nelle risposte delle AI; quelle ferme hanno portato a casa un misero +6,5%.

Traduzione simultanea:

  • smettere di pubblicare non ti protegge dalle AI; ti rende semplicemente meno visibile a loro
  • continuare a scrivere non è solo “SEO vecchia scuola”: è anche un modo per nutrire le AI con il tuo punto di vista e far sì che ti citino.

In parallelo, i blog continuano a essere tra i formati più usati nelle strategie di content marketing, e chi li presidia con costanza tende a portare a casa più lead, più fatturato e più autorevolezza rispetto a chi li ha parcheggiati.

Quindi no, il blog non è morto.
Al massimo si è fatto più selettivo: non premia più chi scrive “tanto”, ma chi scrive “bene e con testa”.


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Blog sì o no?

La domanda “ha senso avere un blog oggi?” nasconde spesso una fuga laterale.

Quello che vorremmo davvero chiedere è: “posso smettere di faticare con i contenuti e far fare tutto all’AI senza conseguenze?”. Ehhh, dillo che volevi sapere questo!

Ti posso dire come la vedo io. Per me è no.

Non perché l’AI non funzioni. Funziona eccome.

Il punto è che se deleghi tutto alla macchina, ti stai togliendo dal gioco nel momento esatto in cui il gioco diventa interessante.

  • Le AI generative stanno diventando ottime nel riassumere, parafrasare, fare il compitino.
  • Fanno sempre più fatica a produrre punti di vista radicalmente nuovi, legati alla tua esperienza specifica, a quel dettaglio di mestiere che non trovi in nessun manuale. Tradotto: leggiamo contenuti che sembrano tutti uguali.

Se ti limiti a pubblicare sul blog quello che l’AI avrebbe potuto scrivere da sola, stai confermando il sospetto peggiore: che di te, come autore, non ci sia bisogno.

Se invece usi l’AI per fare il 20–30% di lavoro ripetitivo e ti tieni stretto il restante 70–80% di pensiero, esperienza e scelta delle parole, stai ancora giocando una partita che vale.

Se sei un imprenditore, un titolare o un professionista che gestisce blog aziendali

Lo so, la classica obiezione dell’imprenditore con la calcolatrice in mano:
Perché dovrei pagare un copy o un content manager per gestire il blog, se l’AI mi tira fuori un articolo in 30 secondi?

Che vale per qualsiasi altro mestiere tipo:

perché pagare un avvocato se l’AI mi scrive il contratto?”, “perché pagare un grafico se l’AI mi fa il logo?” 

Domanda legittima. La risposta, però, non sta nel “chi scrive più veloce”, ma nel cosa e per chi stai scrivendo. 

Un modello AI può generare testi corretti, ordinati e persino gradevoli. Ma:

  • non conosce il tuo margine, i tuoi vincoli, la tua storia, le cicatrici del tuo mercato
  • non sa decidere quali battaglie combattere e quali lasciare perdere
  • non si assume la responsabilità delle conseguenze di quello che ti fa dire (perché magari hai un pensiero diverso da quello elaborato dall’AI).

Un buon copy/content manager, oggi, non viene pagato per “riempire un blog di parole”, ma per fare da filtro tra:

  • cosa succede davvero nella tua azienda
  • cosa interessa davvero al tuo cliente
  • cosa ha senso dire adesso, con il tuo tono, nel tuo contesto.

Puoi far scrivere all’AI le prime bozze e risparmiare qualche ora di tastiera, certo. Ma se a monte non hai qualcuno che ragiona su posizionamento, priorità, rischi, linguaggio, ti ritrovi con un blog perfettamente inutile: pieno di contenuti che nessuno leggerà, che non spostano di una virgola il fatturato e che le AI non vedranno come autorevoli.

L’investimento sul contenuto umano non è “pagare qualcuno per scrivere al posto tuo”. È pagare qualcuno che ti evita di buttare soldi in mesi di pubblicazioni che non servono a niente.

Il Blog per dare senso alle cose

Qui affrontiamo la parte meno misurabile, ma più vera del lavoro di scrittura.

Il blog, per chi scrive e per chi fa marketing, non è solo un asset.
È anche un laboratorio di pensiero.

È il posto in cui colleghi cose che non avevi mai messo in fila, dove verbalizzi intuizioni che altrimenti resterebbero nebulose, dove ti accorgi – proprio mentre sei a metà della scrittura – che il problema del tuo lettore non è quello che pensavi due paragrafi prima. Questo non lo fai per Google, non lo fai per le AI. Lo fai per rimettere ordine nella tua testa (o in generale nella comunicazione per la tua attività, business, professione).

Dire “smetto di avere un blog perché tanto c’è la macchina che scrive meglio di me” è, per chi lavora con i contenuti, l’equivalente di dire “da oggi smetto di pensare, ci pensa qualcun altro”.

Spoiler: non è umanamente possibile. È contro natura e se ci provi il tuo corpo si ribella, provaci!

Preferisci la pillola rossa o la pillola blu? Personalmente ho deciso di prendere la pillola rossa:

  • accetto (controvoglia) che le AI useranno i miei contenuti
  • accetto (controvoglia) che una parte delle risposte passerà da loro
  • continuo comunque a scrivere, perché la vocazione alla creazione – non in senso romantico, ma molto pratico – non la spengo perché un algoritmo è diventato bravo a fare collage di frasi.

Se poi un giorno arriveranno le squadre-ragno della polizia AI a pattugliare le nostre città, mi farò trovare in una vasca da bagno piena fino all’orlo, con il laptop in bilico e un nuovo articolo aperto in bozza.

Non perché scrivo di mio pugno per resistere all’evoluzione. Semplicemente non saprei cos’altro fare di sensato.

Quindi: teniamo vivo il blog, sì o no?

La risposta è meno eroica di quanto sembri:

  1. Se usi il blog solo come parcheggio di contenuti generici, magari scritti di fretta o completamente in automatico, puoi tranquillamente chiuderlo. Nessuno sentirà la mancanza e fatto così non ti farà mai diventare milionario.
  2. Se invece lo consideri un luogo in cui mettere a terra il tuo modo di vedere le cose, supportato da numeri e casi reali, allora oggi ha ancora più senso di ieri. Perché sei circondato da contenuti mediocri, generati in serie, e la distanza tra chi pensa davvero e chi compila un modulo di contatto sta aumentando simile a quella tra la Terra e il Sole.

Sappi che le AI continueranno a macinare codice e testi sempre più velocemente. È come se volessimo fare un sfida di velocità contro un ghepardo.

Quello che possiamo fare è decidere se continuare a intasare il web con testi tutti uguali che avrebbe potuto scrivere chiunque o restare il soggetto che pensa, decide e si prende la responsabilità di firmare ciò che scrive. Mostrare la sua reale personalità per “incontrarsi” con altre persone online.

Il blog, oggi, serve soprattutto a ricordarti – e ricordare a chi ti legge – che vuoi essere il protagonista dei contenuti e dei testi che pubblichi.


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